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I FAMILIARI

Cosa possono fare i familiari per aiutare una persona che soffre di DCA? E per aiutare sè stessi?

 
 

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I familiari di una persona che soffre di DCA sono le persone più coinvolte, ma che allo stesso tempo non hanno potere, anzi spesso ogni loro intervento rischia di esacerbare ancora di più la situazione.

Per questi motivo il lavoro con i genitori è altrettanto delicato quanto quello con i pazienti stessi.

La maggior parte di loro ritengono in modo più o meno esplicito di essere la causa dei disturbi dei figli.

Nei loro vissuti il Senso di Colpaè una presenza costante. A volte così invadente da rendere difficile una consapevolezza più profonda...

Ciò accade a maggior ragione quando il senso di colpa si accompagna all'impossibilità di trovare una spiegazione.

Tipicamente il Genitore ritiene di avere sbagliato, ma poi non sa spiegare in cosa è consistito il suo errore, se non attraverso argomentazioni superficiali e abbastanza incongruenti.

E' evidente come in questi casi il senso di Colpa non possa trovare sbocchi, e rappresenti solo un ostacolo.

All'inizio trovo utile dire ai genitori di guardare in una nuova prospettiva la malattia: invece di considerarla solo una disgrazia, da eliminare il prima possibile, si può provare a vederla come un evento rivelatore, che può rimettere in discussione la propria esistenza.

Invece di chiedersi "cosa abbiamo sbagliato?" è più utile domandarsi "cosa sta cercando di comunicare nostro figlio attraverso il sintomo?".

Questa malattia sfugge a qualsiasi lettura cognitiva. La mente comunica in termini logici e facilmente riconoscibili. Ma l'inconscio comunica direttamente con l'altrui inconscio.Ammesso che il disturbo rappresenti il risultato delle proprie azioni, come più o meno implicitamente ritiene la maggior parte dei genitori, nessuna spiegazione lineare, in termini da causa-effetto, aiuterà a spiegare il problema.

Tra la causa (il comportamento manifesto) e l'effetto (la malattia) esistono una molteplicità di variabili invisibili, con particolare riferimento a tutto ciò che sfugge alla propria consapevolezza: i messaggi impliciti, i vissuti profondi, le emozioni nascoste, ovvero, tutto il "non detto" proveniente dal proprio inconscio, che ha raggiunto l'inconscio dell'altro.

Quali sono allora questi elementi nascosti?

La letteratura classica descrive questi Genitori come manipolativi e direttivi. Il genitore dell'Anoressica ad esempio "conosce in anticipo cosa pensa la figlia", non ha bisogno di ascoltarla, in qualche modo parla ( e ragiona) al posto suo...

Tali descrizioni possono fornire un utile cornice di riferimento, a patto che si riesca a leggerle in una prospettiva più ampia.

A partire dalla mia esperienza personale, proverei a sottolineare alcuni elementi, che spesso caratterizzano le modalità relazionali di questi Genitori:

 - Le Aspettative

 più meno implicite, ma molto "impegnative" nei confronti della figlia. 

Si dice spesso che queste pazienti erano considerate "figlie modello"(prima della malattia). In realtà non si tratta di una semplice descrizione, ma "del ruolo assegnatogli all'interno della famiglia".

All'interno di situazioni familiari complesse, in cui i rapporti coniugali, o con gli altri figli, sono particolarmente conflittuali, la figlia modello si trova ad essere "l'unica nota lieta", "la spalla su cui piangere", "l'elemento a cui affidare le responsabilità"... e qualsiasi altra cosa che, con una valenza particolarmente positiva (e quindi impossibile da deludere), impedisce alla persona di essere, semplicemente, sé stessa!

Non c'è bisogno di andare negli estremismi "manipolativi" descritti nella letteratura specialistica per scoprire che anche le richieste genitoriali più "oneste" possono in realtà nascondere una manipolazione inconscia. 

Appare evidente che l'elemento determinante non è quello che il genitore ritiene di avere trasmesso (tutto è stato fatto con le migliori intenzioni, e solo per il bene della figlia), ma il messaggio che realmente è arrivato ai figli.

- Il Distacco.

La tematica del distacco fa da sfondo a molte dinamiche conflittuali caratteristiche dei D.C.A. In tale ottica il cibo viene investito di significati simbolici, in ragione del quale l'ambivalenza va riletta nei termini dell'equazione madre-cibo , di cui abbiamo già parlato.

Nella prospettiva che qui più ci interessa, si può notare come le ansie e la paure dei figli facciano spesso da schermo a quelle degli adulti. La relazione madre-figlia ha spesso contenuti simbiotici piuttosto evidenti. Giustificati dal buon senso, dati per scontati, oppure ignorati, non sono mai però questi gli elementi da cui dovrebbe partire l'analisi del problema. Secondi i genitori, intendo....

Qualcosa che non va messo in discussione, sottende una paura molto profonda. Ed in questo caso ci riferiamo alla paura della madre, che vive con ansia qualsiasi movimento di allontanamento da parte della figlia. 

Ancora una volta, occorre chiedersi se ed in che modo il messaggio (inconsapevole) da parte del genitore sia "Non crescere!"

- LaNegazione.

In chiave macroscopica mi riferisco alla negazione della malattia, anche nelle forme più estreme. Ma a livello microscopico l'attenzione va alla negazione delle componente emotiva e fisica. In queste famiglie, che appartengono nella maggior parte dei casi culturale è molto alto, il livello di razionalità spesso è così alto da rappresentare un ostacolo (o una difesa) alla libera espressione delle emozioni. In tal senso anche la malattia, fin quando è possibile, viene negata. I familiari arrivano a considerare normale anche un peso di 40 kg, colludendo in tal modo con le persona malata, che tipicamente considera il suo comportamento del tutto adeguato.

Ma se da un punto di vista razionale la malattia viene considerata un fatto accidentale, ad un livello più profondo rappresenta una richiesta d'aiuto, disperata ma inconsapevole.

Questo secondo aspetto viene quasi sempre negato all'inizio, ma la possibilità di una guarigione nasce dalla capacità di accogliere questa richiesta...

La consapevolezza della malattia non si basa sul trovare "di chi è la colpa", ma sul ripartire su una nuova base di ascolto nei confronti dei figli, e di sé stessi.

 

 

 

Esistono una serie di consigli che normalmente vengono dati ai genitori dei pazienti in cura nei centri specializzati, che possono essere comunque utili più in generale per tutti quelli vivono vicino a qualcuno che soffre di un DCA.

Relativamente al Cibo:

  • Parlare il meno possibile del cibo, ed evitare di controllare o condizionare quello che mangia proprio figlio. Rinunciare a strategie o furbizie, quali ad esempio comprare il cibo preferito, nel caso di condotte anoressiche, oppure nasconderlo, nel caso di comportamenti bulimici.

  • Non trasformare i pasti in campi di battaglia. Evitare commenti, consigli, minacce o ironia relativi alla quantità di cibo assunto, ed ai rituali ad esso associati.

  • Fare in modo che la dieta venga decisa da un esperto, in modo da delegare a quest'ultimo tutti i controlli relativi ad esso.

Relativamente alla Comunicazione:

  • Evitare qualsiasi commento sull'aspetto fisico: sia in senso negativo ("sei troppo magra/grassa", "guardati allo specchio"), che in positivo ("stai meglio", "stai ingrassando/dimagrendo"), a meno che sia la persona stessa a chiederlo.

  • Limitare al massimo consigli e e suggerimenti. Non anticipare i bisogni (meglio domandare) . 

  • Non fingere mai. Evitare sia l'eccessivo ottimismo che il catastrofismo, sopratutto se fa parte di una strategia e non rispecchia gli autentici stati d'animo.

  • Fornire un sostegno costante ma discreto: l'approccio ideale è chi comunica "rispetto il tuo problema, ma sai che in qualsiasi momento io ci sono".

  • Cercare degli spazi per se stessi: dedicare tempo ai propri hobbies, interessi. Non concentrare tutta l'attenzione sul disturbo dei figli.

 

 

 

 

 

 

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