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I Disturbi del Comportamento Alimentare

I Disturbi del Comportamento Alimentare dal punto di vista della Psicologia Clinica: prospettive teoriche e indicazioni terapeutiche per la cura di Anoressia,Bulimia e Obesità.

 
 

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I Disturbi del Comportamento Alimentare, nelle varie espressioni che li distinguono, rappresentano la patologia più diffusa nella società occidentale dell'ultimo ventennio.

Si è già detto molto sui motivi che giustificano l'enorme diffusione di tali patologie. In estrema sintesi è senz'altro vero che la psicopatologia rappresenta uno specchio (deformato) della società in cui appare.

L'Anoressia, più di ogni altra, presenta in forma caricaturale i valori della nostra società: la bellezza intesa come forma fisica e snellezza; allo stesso modo in cui, ad esempio, l'isteria rispecchiava le censure morali della società di inizio novecento.

Inoltre la donna viene sempre più condizionata verso valori maschili: il Successo e la Forza a discapito dell'Accoglienza e la Sensibilità.

Questo però non vuol dire che la cultura, anche nelle sue forme più estreme, sia la causa di tali patologie, ma solo che essa fornisce la cornice di riferimento, o se vogliamo il pretesto razionale e culturalmente accettabile entro cui situare il disturbo, che però ha sempre cause profonde...e di natura individuale. Solo in questo senso possiamo considerare i DCA una malattia sociale.

Si sente spesso parlare di ragazze che diventano anoressiche per inseguire modelli di bellezza ammirati sui mass-media.

Non ritengo che siano affermazioni senza senso, anzi... ma è difficile credere che forme di Anoressia grave, e con risvolti tanto drammatici, abbiano semplicemente una causa "sociale".

E' più giusto affermare che la società odierna fornisce l'innesco, ma la bomba viene costruita nei percorsi individuali, all'interno delle dinamiche familiari descritte sapientemente dagli autori "classici"(con particolare riferimento a Bruch e Selvini-Palazzoli).

In realtà la letteratura in questione, e l'esperienza clinica, evidenziano come il "meccanismo anoressico", una volta innescato, ha una vita propria, che tende a sganciarsi dalle motivazioni che lo hanno generato, e si mostra tenacemente resistente alle terapie "classiche". Da qui il ricorso sempre più frequente, ed in certi casi indispensabile, alla Terapia Integrata, su cui torneremo in seguito.

E' interessante invece tornare al paragone che spesso viene effettuato tra il fenomeno delle Sante Anoressiche nel medioevo, e l'Anoressia moderna.

Si scrive a tale riguardo che la scelta anoressica delle sante medioevali era proiettata verso valori più profondi ed elevati, quali appunto la santità e l'avvicinamento a Dio, mentre nell'anoressica moderna la scelta è fine a sé stessa, ovvero l'oggetto di culto è il corpo stesso, contemplato nella sua magrezza.

Le cronache del tempo però rivelano una realtà leggermente diversa. Sembra più giusto affermare che i meccanismi psicopatologici sottostanti il sintomo restano a grandi linee le stesse, ma cambia la cornice culturale entro cui situare il disturbo, ovvero le giustificazioni razionali che danno senso al sintomo. (vedi nota 1)

E' noto come un fattore cruciale nell'Anoressia/Bulimia sia, anche se in modalità opposte, il Controllo.

Non casualmente tali patologie si sviluppano nel periodo adolescenziale, in cui i mutamenti corporei sono molto forti, sopratutto sul versante femminile.

La fatica di crescere, la difficoltà ad accettare cambiamenti che sembrano minacciosi, la paura di abbandonare le sicurezze infantili, si esprime nel modo più semplice: non crescere, rifiutando il corpo sessuato...e tutto ciò che ne consegue.

La ribellione in tal senso si manifesta attraverso il controllo sull'unico elemento che rientra sotto il proprio dominio: il Corpo, appunto.

La letteratura clinica descrive l'Anoressica come la tipica bambina perfetta, che non ha mai presentato problemi ai propri familiari, ovvero, secondo una interpretazione psico-dinamica, un soggetto abituato ad anteporre l'esigenze esterne alle proprie.

In quest'ottica la scelta anoressica segnala la (prima) ribellione alle richieste esterne, ma in qualche modo anche un tentativo di tenere a freno il corpo, che per sua natura proprio non ne vuol sapere di ubbidire alle richieste, interne ed esterne...

In tal senso nelle forme più gravi, quelle in cui ladismorfofobia è più forte, è facile ipotizzare che l'impossibilità protratta ad ascoltare i propri bisogni abbia portato il soggetto ad ignorare i segnali provenienti dal proprio corpo. Succede allora che gli improvvisi e profondi cambiamenti fisici, tipici dell'adolescenza, vengano vissuti minacciosamente come provenienti dall'esterno, ed impossibili da gestire.

 

Un'altra delle chiavi interpretative del sintomo anoressico è fornita dall'equazionemadre-cibo. Secondo tale lettura il rifiuto del cibo rimanda al rifiuto della madre. Ma l'equivalenza madre-cibo non va intesa semplicemente in chiave simbolica. Infatti la capacità di simbolizzazione è una acquisizione relativamente matura delle psiche, ed il soggetto anoressico potrebbe non avere avuto accesso a tale fase. In tal modo si spiegherebbero le enormi difficoltà che presentano tali pazienti a prendere consapevolezza dei propri vissuti. In tale ottica quindi il cibo rappresenta la madre ad un livello molto profondo, e del tutto inconsapevole.

Questa linea interpretativa non è ovviamente in contrasto che quanto detto in precedenza. Il rifiuto della madre-cibo implica l'impossibilità ad identificarsi non solo con la propria Madre, ma anche con un corpo sessuato, che a Lei inevitabilmente rimanda.

In termini più generali sappiamo che la madre, ed il sistema familiare nel complesso, ha un'implicazione determinante nella genesi delle patologie in esame.

Sarebbe molto arduo definire il confine tra una famiglia sana e quella patologizzante, che ha cioè maggiori possibilità di creare squilibri come quelli anoressici/bulimici.

Però una concetto che posso sostenere, senza timore di essere smentito, è che una famiglia "sufficientemente buona"  è quella in cui vengono rispettati i rispettivi ruoli. 

In tale ottica l'elemento fondante è una coppia genitoriale il cui legame - affettivo, sessuale e di stima reciproca - è forte e stabile. Situazioni in cui la figura maschile è assente o svalutata, la donna è totalmente identificata nel ruolo di madre a scapito di quella di donna, e la figlia è sovraccaricata di ruoli che non le spettano, come quello di amante, amica, confidente... fino a a rappresentare una "ragione di vita" (in particolare da parte della madre), sviluppano il nucleo fondamentale della malattia.

Appare evidentemente allora che l'anoressia rappresenta una manovra disperata per distaccarsi da un legame simbiotico e soffocante con una madre cannibalica, in cui il padre ha perso il ruolo che gli spetta: quello di favorire il il distacco madre-figlia per ristabilire gradualmente il legame con la moglie-compagna.

Il quadro descritto non riguarda ovviamente solo l'Anoressia. 

La Bulimia (da alcuni autori considerata semplicemente una variante clinica) presenta le stesse dinamiche psico-patologiche, ma sotto un versante opposto.

Se vogliamo, mentre nell'anoressica la madre-corpo viene rifiutata in modo netto, nella bulimica viene ricercata incessantemente, ma in modo compulsivo.

Non a caso il disturbo anoressico viene spesso avvicinato al quadro Ossessivo, mentre quello bulimico alla Dipendenza.

Ma in entrambi i casi appare evidente che il Cibo ha perso il suo significato reale, quello cioè di semplice nutrimento, per assumere un valore "mitologico".

Ed è proprio a questo corto circuito mentale che mi riferivo quando parlavo di meccanismo anoressico: nel momento in cui il Cibo è stato investito di significati irreali, l'intera esistenza ruota intorno ad essa, in una specie di sfida "all'ultimo grammo" che ha perso ogni riferimento alla realtà. Una volta che una persona è rimasta imprigionata in questo meccanismo, lo stessa guarigione appare come una minaccia. 

Uno degli elementi più paradossali, e drammatici, e proprio affrontare la paura di guarire di queste pazienti, per le quali la malattia rappresenta una nuova identità, patologica (per il mondo esterno), ma ad ogni modo rassicurante (per sè stessi).

E' molto difficile tradurre in termini reali una paura tanto paradossale. Probabilmente la guarigione renderebbe inevitabile ciò che invece si vuol evitare a tutti i costi: diventare adulti!

Il passaggio al modo adulto, evidentemente comporta significati (familiari, sessuali, sociali) che, ad un livello profondo, evocano fantasmi terrifici ed inaffrontabili.

In considerazione dei concetti espressi finora appare evidente che le patologie alimentari non si possono certo considerare un disturbo dell'appetito, e a mio modesto avviso qualsiasi terapia centrata esclusivamente sul sintomo non può che, nella migliore delle ipotesi, portare solo a risultati a breve termine.

A mio modesto avviso solo un approccio fondato sull'inconscio e l'analisi delle paure più profonde può portare ad una presa di consapevolezza significativa ed alla acquisizione di modalità relazionali più sane e mature.

Negli ultimi anni è apparso poi sempre più evidente come, in particolare nelle forme più gravi e precoci di Anoressia, la Terapia Integrata rappresenti l'approccio che ha la maggiori possibilità di successo. Il disturbo del Comportamento Alimentare è un fenomeno incredibilmente complesso, o, per usare un termine molto in voga, multidimensionale. Non può essere affrontato solo da un punto di vista medico, dietetico o psicologico, ma solo aggredendo la malattia su tutti i fronti, contemporaneamente!